Storia

La craft revolution USA e l’importanza dei luppoli americani

Gli Usa, con i loro 224 milioni di ettolitri di produzione complessiva per un consumo pro capite di circa 75 litri l’anno, sono il teatro nel quale, a fine anni Settanta, ha avuto luogo il big bang dell’attuale movimento artigianale globale. All’inizio le tradizioni del vecchio mondo servivano da ispirazione, ma quello che ne uscì fuori fu un prodotto assolutamente americano. Il luppolo d’oltreoceano, con i loro sontuosi aromi di resina e pompelmo, definiscono da soli il concetto di birra artigianale americana.
I coloni diretti in America, come tutti i migranti, portarono con sé il proprio retaggio culturale, i costumi e i prodotti del loro Paese d’origine. È facile infatti immaginare come i cittadini provenienti dall’Inghilterra, dalla Germania, dall’Irlanda e dall’Est Europa volessero consumare la propria bevanda preferita: la birra.

 

 

La nascita della storia brassicola americana va ricercata intorno ai primi decenni del 1600 nelle colonie olandesi che si insediarono vicino al fiume Hudson. Nel 1612, in quella che sarebbe diventata New York, sorse il primo birrificio di cui si ha traccia ufficiale grazie agli olandesi Adrian Block e Hans Christiansen. Per quanto riguarda il versante inglese il primo birrificio conosciuto è quello che William Frampton fondò nel 1685 a Philadelphia. Da quel momento in poi vi fu un notevole proliferare di piccoli birrifici locali, soprattutto produttori di ale inglesi. La Rivoluzione americana (1776- 1783) rallentò in maniera notevole l’espansione dei birrifici, sia per fattori contingenti, sia per un forzato calo dei
consumi. Il XIX secolo fu caratterizzato dalle sempre più consistenti ondate migratorie di irlandesi (in fuga dalla carestia), cechi e tedeschi (in fuga a causa della situazione politica).

Se i primi si adattarono bene alla produzione di stampo inglese che trovarono al loro arrivo, i secondi cominciarono a cercare e a produrre le birre che bevevano nei loro Paesi. Cominciò così quello che sarebbe diventato il fenomeno dominante del mercato americano e mondiale: le lager.

 

 

Quello che non si poteva immaginare era che il futuro della birra americana non fosse da ricercare nei birrifici e nella varietà produttiva che caratterizzava New York, ma
piuttosto nel Midwest, presso i nuovi produttori di lager, capaci di utilizzare le nuove tecnologie, quali la ferrovia, la refrigerazione e la pastorizzazione per creare un vero e proprio mercato di massa, non più basato sul consumo locale ma sulla vendita di bottiglie prima e lattine poi, anche a grande distanza. Questa è l’America degli immigrati tedeschi che resero Milwaukee la capitale della produzione brassicola americana di fine 800, ma anche di Adolphous Busch,
cofondatore della Anheuser- Busch a Saint Louis, il primo ad intuire le grandi potenzialità delle nuove tecnologie come pastorizzare le birre e usare vagoni refrigerati tramite frigo (prima si usava direttamente il ghiaccio) per il trasporto della birra. Essi riuscirono a creare un mercato ampio, rivoluzionando il concetto di produzione, investendo nella ricerca tecnica, realizzando impianti all’avanguardia e assumendo personale qualificato, spesso direttamente dall’Europa.
Fu questa visione che permise ai nuovi produttori di lager di avere un vantaggio competitivo enorme in termini di prezzi quando tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX cominciò una accanita guerra dei prezzi nel settore che finì per portare il numero dei birrifici esistenti da 4131 del 1873 a 1500 nel 1910 a fronte di un forte aumento della produzione. Pur troppo il consolidamento non era né l’unica né tantomeno la peggiore minaccia in corso per il panorama birrario americano: nel 1920 infatti prese il via in tutto il territorio federale il famigerato Proibizionismo. La U.S. Brewers Association, nata nel 1862, diede vita nel 1913 ad una associazione che riuniva i vari operatori della filiera della birra. Questa associazione appoggiò la National German- American Alliance, una organizzazione il cui scopo era quello di preservare e diffondere la cultura tedesca negli Stati Uniti, con l’intento di salvaguardare la produzione di birra. Se questa mossa si rivelò azzeccata in un primo periodo, finì presto per rivelarsi un clamoroso errore quando nel 1917 gli USA entrarono in guerra contro la Germania.

 

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Accusata di essere in qualche modo complice del nemico fu costretta a sciogliersi nel 1918 e con essa si persero anche le speranze di arginare la spinta proibizionista.
Quando nel 1933, in piena Depressione, il proibizionismo fu di fatto revocato a causa dei danni causati (come l’affossamento della produttività e l’aumento del potere della criminalità organizzata), quello che si presentò ai produttori era un panorama scoraggiante: da una parte dovevano fronteggiare la Grande Depressione, che imponeva di mantenere bassi i prezzi, dall’altro dovevano confrontarsi con l’agguerritissima concorrenza dei soft drink diffusi e
ben radicati in una generazione cresciuta senza poter mai assaggiare una birra. Questo spinse i produttori ad alleggerire il gusto delle proprie birre per incontrare il favore dei consumatori. Inoltre la legge prevedeva che
le birre avessero un contenuto massimo di alcol del 3.2% in peso o 4% in volume.
Il risultato fu quello di spingere progressivamente la produzione verso prodotti più leggeri, meno caratterizzati e a basso costo, spesso realizzati con l’aggiunta di cereali meno pregiati dell’orzo e accorciando al massimo i tempi di produzione, che finirono inevitabilmente per favorire il consolidamento delle grandi imprese a scapito della qualità.

Qualcosa però cambiò a partire dagli anni sessanta, quando qualcuno cominciò a lamentare la “mancanza di gusto”. Lentamente aprirono sempre più birrifici di piccole dimensioni, i cui birrai erano spinti dalla passione e non solo dagli utili aziendali: piccoli birrifici locali, orientati ad un prodotto di qualità, capaci di colmare la crescente sete con birre nuove.
Uno dei fattori di questa rinascita fu l’esperienza dei tanti soldati americani che, combattendo in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale o prestandovi servizio nei decenni successivi, vennero in contatto con la tradizione birraria del vecchio continente e con i suoi prodotti ancora ricchi di gusto, la stessa esperienza fu condivisa anche dagli studenti che sempre più spesso nel dopoguerra si concedevano un giro nel vecchio continente.
Probabilmente queste persone al loro ritorno cominciarono a chiedere qualcosa di diverso al mercato, qualcosa che di fatto era stato perduto. Questo contribuì alla nascita del movimento degli homebrewers, che spesso si formavano su testi inglesi che cominciavano in quel periodo a lasciare la madrepatria.


Dal punto di vista produttivo i nuovi birrai cominciarono a produrre birre differenti decisamente orientate verso nuove sensazioni. Principalmente vennero usati malti americani e canadesi, anche se non particolarmente ricchi di proprietà e luppoli americani che, al contrario erano ricchi di profumi del tutto nuovi.

 

 

Queste scelte, così come quella di affidarsi a birre ad alta fermentazione, furono dettate anche da ragioni economiche, dati i pochi mezzi con i quali molti birrifici partirono, ma risultarono decisive nel creare un netto distacco con le birre esistenti sul mercato. Ottimo fu il profilo aromatico dei nuovi luppoli, soprattutto il
Cascade, con le sue note resinose e agrumate, a segnare la grande rinascita del movimento americano. L’inizio di tutto fu la California, dove già dalla fine degli anni sessanta cominciò a crescere l’attenzione verso i prodotti alimentari di qualità. Questa “attenzione al gusto” rese più facile l’introduzione di un concetto diverso di birra. Proprio la creatività è stata un elemento distintivo per molti dei birrifici americani nati dopo il 1994, anno di inizio del boom delle craft breweries e di una sorta di “seconda fase”. La sperimentazione si è fatta più intensa, sia nella ricerca di nuovi varietali di luppoli, sia nella ricerca del confine di un particolare stile o del brassare in generale. Nascono luppoli incredibilmente carichi di alpha acidi (sostanza responsabile dell’amaro) e contemporaneamente ricchissimi di aromi anche inconsueti che vengono prontamente inseriti in birre nuove come le Double IPA o Imperial IPA, versioni “maggiorate” delle prime american pale ale. Il luppolo è il vero punto di forza della craft revolution, la Yakima Valley è attualmente la prima produttrice al mondo e il continuo studio di incroci tra varietà native americane tra di loro o con piante europee porta ogni anno a nuovi luppoli. Quasi tutti gli stili vengono
portati al limite e restituiti in versioni Imperial, moltiplicati nelle caratteristiche. Negli USA, si sono anche affermati produttori che ripropongono stili classici europei, oltre a chi ricerca stili “in via d’estinzione”, con la curiosa conseguenza di creare un numero maggiore di esempi di queste tipologie rare negli USA piuttosto che in madre patria. Al movimento americano va il merito di avere costruito quello che attualmente è il panorama brassicolo più interessante a livello planetario per varietà, sperimentazione e innovazione.

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