Mr Hops: eccellenza vivaistica italiana nella produzione di piantine di luppolo!

L’Italia della birra artigianale sta subendo una vera e propria rivoluzione: mentre agli arbori del movimento, il consumatore appassionato era alla ricerca di una “semplice” birra artigianale, oggi la degustazione si spinge sempre più verso birre realizzate con materie prime prodotte in Italia, quindi, verso sapori oggettivamente italiani, fin dall’origine.  Questo profondo mutamento dello stile di consumo non poteva, ovviamente, che essere preceduto ed accompagnato dallo sviluppo in forma embrionale e via via più strutturato di coltivatori di orzo e luppolo, di piccole malterie e malterie cooperative, capaci di creare una vera e proprie filiera brassicola nazionale.

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Se il percorso è stato lungo, difficile e non esente da criticità, è anche vero che oggi la diffusione di birre da materie prime 100% italiane è in progressiva crescita. Mentre la sfida di coltivare orzo da birra è  risultata consona alla tradizione cerealicola del nostro Paese, la coltivazione del luppolo è stata una vera e propria innovazione: da Nord a Sud oggi si possono annoverare centinaia di luppoleti, grandi o piccini, di professionisti od hobbysti ed il trend di crescita sembra inarrestabile. In questo processo, un merito enorme va ad Enrico Carlon, noto ai più con il nome d’arte di Mr Hops, un vivaista all’avanguardia che della produzione di piantine di luppolo ha fatto un’eccellenza riconosciuta non solo entro i confini nazionali.

Ecco, quindi, il nostro incontro con Mr Hops, alla scoperta di un’attività così lontana dal classico sapere del consumatore appassionato di birra, ma così importante nella qualificazione dello stile e delle peculiarità organolettiche di ogni bevuta.

Enrico, la passione per la birra è una delle “fisse” di molti italiani… ma come è nata questa tua strana passione per il luppolo?

Sono un agrotecnico con esperienza ventennale in ambito vivaistico e paesaggistico. Ho sempre lavorato nello specifico erbacee perenni, ma in un momento di stasi del mercato ornamentale, ho avuto l’opportunità di fare ricerca e sperimentazione sul luppolo. Mi sono avvicinato a questa pianta trascinato dall’entusiasmo di Antony, Marco e Claudio di Crak Brewery, che mi hanno contagiato con questa nuova sfida, e ai quali sono grato.
Il luppolo ha preso il sopravvento sulla mia attività precedente, divorandola letteralmente, riportandomi alla gioia della scoperta, e ritrovando il piacere dei risultati di tanta fatica.

 

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Avere a che fare con una pianta innovativa per l’esperienza italiana, come il luppolo, ha sicuramente tanti aspetti positivi e non poche criticità. Quali sono le cose belle e quelle meno belle del tuo lavoro?

Amo incontrare gente nuova e il loro rallegrarsi quando il raccolto si fa abbondante già dal primo anno. Mi piace il nascere di nuove collaborazioni tra agricoltori che da pionieri intraprendono un percorso comune che porta alla crescita di questa nuova filiera. Apprezzo particolarmente le piccole aziende agricole che non si lasciano abbattere dal sistema, ma che lottano ogni giorno perché credono che il luppolo possa essere una svolta per loro, o se non altro un’opportunità di diversificazione. Mi piace meno quando i coltivatori sono poco preparati dal punto di vista tecnico, e sottovalutano le criticità che questa coltura ha.

 

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La tecnica vivaistica è fondamentale nell’avvio di un buon impianto di luppolo, così come di ogni altra coltura pluriennale: l’uso di metodi di moltiplicazione e riproduzione non corretti  risulta essere un mezzo di diffusione di malattie importanti, nonché può deviare il risultato qualitativo rispetto a quanto previsto. Quali sono gli elementi tecnici su cui hai puntato?

Ho dovuto fare scelte importanti ed economicamente scomode per produrre piante di luppolo, come ad esempio puntare tutto sulla riproduzione in vitro, e condurre dall’inizio una battaglia contro il commercio dei rizomi, poco conveniente come qualità del prodotto a livello fitosanitario, e assolutamente vincolante per quanto riguarda le tempistiche di messa a dimora. D’altra parte il mio cavallo di battaglia è la pianta in vaso sempre pronta da piantare.

Inoltre, è importante tutelare il rispetto della varietà, cosa non facile con una pianta lianosa e rigogliosa come il luppolo.  Proprio per questo una volta reperito il materiale dalla banca del germoplasma europeo, abbiamo ben pensato di tenerlo ben catalogato e di procedere al prelievo meristematico e a sofisticate tecniche di termoterapia in vivo ed in vitro. Questo ci permette di garantire l’esatta corrispondenza del materiale dalla quale siamo partiti. Altro aspetto qualificante è che tutte le varietà da noi riprodotte, derivano da programmi pubblici o privati di ibridazione. Nessuna delle varietà a nostra disposizione è stata ottenuta da manipolazione genetica, ma è frutto di selezioni in campo o in centri universitari illustri. Solo per questo ci permette di dichiarare che in merito alla normativa OGM, le nostre piante sono OGM FREE.

 

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La coltivazione del luppolo in Italia è ad opera di moltissimi hobbysti ed appassionati, ma stanno nascendo anche numerose attività imprenditoriali dedicate. Quali sono i tuoi principali clienti? E quali le loro esigenze prioritarie?

Moltissimi i clienti hobbysti e sorprendente la richiesta da parte dei professionisti, soprattutto birrifici che hanno compreso l’importanza e l’opportunità di usare un prodotto locale se non aziendale. Anche per questo stiamo lavorando per aumentare le varietà prodotte in formato agricolo per dare una risposta forte alla necessità di ridurre i costi. Purtroppo per mantenere una pianta che in natura supera gli 8 metri, all’altezza di 15cm, senza danneggiarne o limitarne la crescita, comporta costi di lavorazione importanti che insieme alla riproduzione in vitro aumentano il valore del prodotto.

 

Ed il mercato estero è un’opportunità per la tua azienda?

Da questa primavera abbiamo iniziato ad affrontare in modo cauto il mercato francese, dove abbiamo una persona dedicata. È stato decisamente sorprendente il numero di richieste che abbiamo dovuto declinare. Ricominciamo come ogni anno il primo giorno d’ autunno con la vendita online in Italia e apriremo presto anche la vendita ad alcuni paesi europei. Stiamo invece lavorando con nuove aziende in Francia, Spagna, Germania, dove la filiera è già solida, e si apprezza un prodotto più sicuro.

 

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Come mai, secondo il tuo punto di vista, nonostante così tanto interesse e potenziali opportunità, la filiera del luppolo in Italia incontra così tante difficoltà a svilupparsi e consolidarsi?
La filiera in Italia stenta a partire a causa del poco interesse da parte delle aziende produttrici di agrofarmaci e della lentezza politica. Ma si sa, noi italiani siamo famosi per partire lenti per poi vincere al Photofinish!
Sul tema dei luppoli autoctoni vedo purtroppo poco network tra università. Stiamo assistendo alla corsa a chi arriva prima, senza prendere esempio dai programmi di ricerca statali di Germania e Slovenia, dove lo stato e gli agricoltori sono vicini tra loro e camminano insieme per una crescita migliore. Non sono interessato al concetto di autoctono regionale, tuttavia ne comprendo l’importanza. Il mio programma di ricerca si basa su luppolo neomessicano, interessante per aromi e resistenza al caldo. Abbiamo già in coltivazione 2 sperimentali con notevoli caratteristiche. Già nel 2020 partiremo con una coltivazione consistente preceduta da 3 anni di osservazione.

 

Uno dei temi ostici per avviare la coltivazione del luppolo è la realizzazione della struttura di sostegno: qualche soluzione da offrire ai clienti’

Da quest’estate siamo riusciti ad ottenere un accordo tecnico con Valente Pali, che ci permette di organizzare meglio la proposta agronomica ai clienti professionisti, promuovendo una struttura resistente e veloce da posare con costi onesti.

 

Maggiori informazioni e possibilità di acquisto delle piante di luppolo on-line: www.mrhops.it

 

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